Lauree e politici

L’attuale Ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, non è laureata. C’è chi ha gridato allo scandalo. Eppure, c’è chi ricorda che Walter Veltroni non è laureato? Eppure non vi è chi ritenga che non sia un uomo colto e capace. D’Alema non è laureato. Qualcuno pensa sia un incapace? O chi ricorda che il padre della legge sull’obiezione di coscienza (1972) (nonché più volte ministro dell’Agricoltura), si chiamava Giovanni Marcora, era stato un comandante partigiano di area cattolica e non era laureato?
Non vi è alcun vincolo di necessità tra laurea e cultura; tanto meno ve n’è uno tra laurea e intelligenza.
Però, va detto, in politica intelligenza e cultura dovrebbero contare.
Un uomo politico deve avere almeno tre caratteristiche:
1) possedere una solida base di valori, una chiara visione del rapporto tra la struttura dei poteri (sempre rigida) e la dinamica dei diritti (sempre in movimento), non essere narcisista;
2) saper capire le realtà complesse, quelle con più variabili dipendenti e indipendenti le une dalle altre; essere capace di immaginare (l’immaginazione è una forma sublime di intelligenza) le soluzioni; essere capace di identificare nel campo di battaglia gli alleati e gli avversari (i traditori dissimulano la loro identità e per questo sono difficilissimi da contrastare);
3) saper capire e scegliere le persone, non privilegiando i propri simili (inutile replicarsi).
Per tutte queste cose serve cultura, cioè letture (tante), esperienze, coscienza del limite, spirito di sacrificio, visione (cioè immaginazione applicata al reale), generosità e autocritica.
Tuttavia la democrazia, regime nel quale votano tutti, buoni e cattivi, ricchi e poveri, lavoratori e fannulloni, colti e incolti, consente, dai tempi dei Greci, che si affermi un politico con tre caratteristiche opposte:
1) il servilismo interessato, la piaggeria verso il potente che può garantire il successo, la disponibilità allo spirito di branco e di tribù intorno al capo munifico;
2) la pianificazione scientifica dello sbrigar faccende a fini elettorali;
3) la verbosità, l’uso della parola per non dire niente ma per far sembrare che si dica qualcosa.
In genere sono questi che sentono la mancanza della laurea. Consapevoli di aver percorso le scorciatoie della furbizia per arrivare in meta, cercano un pezzo di carta che dica che invece una cosa, almeno una, e di valore, l’hanno fatta pubblicamente e in modo verificabile, come la fanno tutte le persone normali. E il maggiore incentivo alle lauree prese per prestigio e non per sapere è proprio il prestigio attribuito a priori al titolo piuttosto che alle persone.
Il problema  è  che queste lauree prese a spinte e morsi svelano la loro vera natura più negli uomini politici che negli altri, perché l’uomo politico incolto, sebbene titolato, non può che continuare a copiare e/o ripetere e lo deve fare in pubblico.
Insomma, in un uomo di governo la laurea non meritata è più evidente della laurea non conseguita, perché il secondo caso non è una vergogna, il primo è invece una furbizia che si trasforma in una contraddizione stridente tra ciò che si attenderebbe da un uomo ufficialmente colto e ciò che invece si vede realizzato. Ma questi sono ragionamenti troppo impegnativi per quelli che badano alle apparenze dei titoli e si stracciano le vesti per i diplomati che fanno i ministri. Si grida sempre allo scandalo per evitare la fatica di capire fino in fondo, di guardare il volto esigente della verità.